Il brigantaggio a Castellaneta
Nelle regioni del sud divampò, subito dopo l’Unità d’Italia, un moto di protesta armata denominato “brigantaggio postunitario”. Tale definizione si rese necessaria per porre una linea di demarcazione dal sanfedismo - definito “brigantaggio preunitario” - che faceva leva sulle masse povere ed afflitte delle campagne meridionali per opporsi alle idee democratiche ed innovatrici della borghesia cittadina.
Il brigantaggio postunitario fu qualcosa di più che una semplice serie di atti di banditismo. Da Roma, ove si era rifugiata, la ex corte borbonica incitava il moto di protesta, con il placet delle autorità pontificie. Tuttavia, la folta presenza di poveri contadini tra i briganti indicava che il fenomeno aveva ben altre giustificazioni.
“Nel 1863 e 1864 il nostro territorio era infestato da bande ben organizzate di briganti, formate da elementi provenienti dalla Basilicata e da elementi locali. Il governo per distruggerle mandò nella nostra città la cavalleria e la fanteria che, affiancate dai carabinieri e da una cinquantina di tiratori scelti nostri concittadini, condussero contro le bande tutte le azioni militari. La cavalleria fu sistemata nel Seminario e nel palazzo vescovile, la fanteria nel convento e nella chiesa di San Domenico. I tiratori scelti facevano parte della Guardia Nazionale (formazione volontaria di autodifesa) costituita dai rappresentanti della borghesia terriera locale: i così detti galantuomini che gareggiavano in ferocia coi briganti. A Castellaneta vi erano due compagnie della Guardia Nazionale, comandate dal cav. Mauro Perrone, il quale era un vero galantuomo, e dal sig. Rocco Giacoia. Il 15 gennaio 1863 fu catturato in contrada Sterpine dalla cavalleria uno dei capi dei briganti, Antonio Locaso, detto il Crapariello (‘u Craparidd) perché faceva il capraio ed era basso di statura. Nativo di Abriola, in Basilicata, aveva appena 22 anni. Costui, insieme con un altro brigante, Marino Todisco, si era distaccato dalla sua banda e percorreva il nostro territorio in lungo e in largo rapinando e saccheggiando. Un informatore delle forze dell’ordine, suo amico, gli regalò una bottiglia di vino drogato che bevve insieme al Todisco. Mentre i due riposavano, dopo aver mangiato, giunse la cavalleria. Il compagno, che aveva bevuto poco, riuscì a scappare; lui cadde da cavallo e si nascose in una macchia. Si sarebbe salvato ma, a causa del latrare di un cagnolino presso il cespuglio, fu catturato, condotto in città e custodito nel Seminario. Il 17 gennaio, alla presenza del popolo, fu fucilato presso il Calvario ed il suo corpo esposto per due giorni in Piazza Vittorio Emanuele”.
Dopo questo avvenimento, nel mese di giugno dello stesso anno, “i soldati sorpresero presso la masseria S.Bartolomeo del notaio Giuseppe Casamassima tre briganti: Angelo e Francesco De Bellis, il primo detto Angelicchio, il secondo Cavalcante e lo stesso Todisco che prima era riuscito a sfuggire alla cattura. Questo riuscì di nuovo a scappare con il Cavalcante ed entrambi poi si costituirono per avere salva la vita. Angelicchio invece, ferito gravemente ad una coscia da un colpo di baionetta, fu catturato e fucilato il 22 giugno presso la chiesa dell’Assunta. Era un contadino di 27 anni nativo di Cassano Murge. Il capitano Pedrocchi comandante di uno squadrone del 12° reggimento cavalleggeri Saluzzo, presidente della Corte marziale della condanna del Locaso, emise quest’altra sentenza. Furono giudici il sindaco Giulio Catalano e il dott. Giuseppe Palmisano. Nella cattura di Angelicchio c’era stato lo zampino del Todisco. Il Cavalcante che, come abbiamo detto, con lui ebbe salva la vita, fece poi parte della famosa banda della Basilicata di Crocco, che aveva a suo fido il ferocissimo e codardo Giovanni Nicola Summa, detto Ninco Nanco. E questa banda operò nel mese di dicembre di quello stesso anno 1863 a Castellaneta, Ginosa e si spinse fino a Lecce”.
A questi episodi ne seguirono altri: “Il 13 gennaio 1864, durante una perlustrazione, fu ucciso a Montecamplo da tre carabinieri e otto ausiliari un altro brigante. Il 28 avvenne uno scontro tra i carabinieri, affiancati dai tiratori scelti di Castellaneta, e i briganti, in contrada La Marina (oggi Bosco Pineto). Questi erano in numero superiore, ma per uno stratagemma si diedero alla fuga in direzione Montecamplo, lasciando sul terreno due morti; poi si unirono ad altre bande che si trovavano sulla collina formando circa 200 uomini. Il giorno dopo furono attaccati dai carabinieri e dalla fanteria, inferiori di numero, forse cento uomini. Per le forze dell’ordine quello scontro fu uno smacco tanto che, dopo aver subito la perdita di circa la metà del loro raggruppamento, dovettero nascondersi e allontanarsi per non essere tutte massacrate. Diciotto morti furono trasportati con tre carri in città e sepolti nella chiesa della Mater Christi; gli altri vennero seppelliti sulla collina in un’antica fornace di calce. In quel combattimento perì il sergente Oreste Gorra di Parma, il quale fu sepolto nella chiesa di San Michele Arcangelo, dove si legge la sua epigrafe”.
Successivamente, il 2 febbraio, il 7 giugno, il 1° ottobre ed il 15 novembre, in località Bosco Pineto furono segnalate in ordine la presenza delle bande di Pizzichicchio, Chiappino, Coppolone e Cappucciniello.
Oltre ad elementi esterni, le bande di briganti erano formate anche da gente del luogo: “il 28 marzo dello stesso anno fu arrestato alla masseria Palmisano il brigante Modesto Nigra dopo aver preso parte all’incendio della masseria Gigante; il 31, alla stessa masseria Palmisano, Vito Gennaro Nella con Donato Latorre di Laterza qui domiciliato; il 7 giugno, sulla strada di S. Francesco, Pietro Rotolo di 22 anni; e così altri per furti e sequestri”.
Per concludere, le cause che determinarono l’insorgere del brigantaggio devono essere ravvisate negli errori della politica italiana e, soprattutto, nell’economia depressa. A tal proposito, scriveva Pasquale Villari: “Il brigantaggio […] può dirsi la conseguenza d’una questione agraria e sociale che travaglia quasi tutte le province meridionali. Il generale Govone, interrogato sul perché le popolazioni dimostravano tanta simpatia al brigante, aveva risposto semplicemente: - I cafoni vedono nel brigante il vendicatore dei torti che la società loro infligge…- Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere sangue a fiumi; ma ai rimedi radicali abbiamo poco pensato”.
Questa tentata “rivoluzione sociale” fu stroncata nel 1865, ma i mali di cui soffriva la società meridionale non furono affatto sanati.
Bibliografia: F. Saracino, “Castellaneta, dalle origini ai giorni nostri”, stampa a cura della Pro Juventute – Castellaneta, 1999.